Fare-Figl*. Fare-i-genitori

01 bimbo grigioFin da quando era giovanissima sapevo che “da grande” avrei voluto avere figl*. Ho fantasticato per anni su quel momento: mi vedevo raggiante  davanti all’esito scritto, quello ufficiale, non quello delle penne che si comprano in farmacia.

E così è andata.

Ero una sanissima ragazza che si è “sviluppata” (come si usava dire negli anni ’70) al momento giusto, esattamente secondo quanto sostenuto da uno studio americano dove si era calcolato che per essere femmine perfette bisognava avere la prima mestruazione esattamente a 12 anni, 9 mesi e 14 giorni. Mia madre aveva trovato un articolo sul Corriere della Sera ed aveva fatto i conti: io ero la sua figlia perfetta! Lei ne era molto fiera. Posso ancora oggi risalire esattamente al giorno in cui sono diventata fertile.

A 28 anni sono rimasta incinta per la prima volta, *l* mi* bambin* sarebbe dovut* nascere nell’agosto del 1992, invece al 3° mese, nel gennaio del ’92, qualcosa è andato storto. Perdite, ospedale, ecografie, ghiaccio sulla pancia, niente. Pers*; “svuotamento” il termine tecnico – minacciosa profezia dei giorni a venire – dell’operazione chirurgica con la quale è stato estratto un angioletto dal mio ventre. Non ho mai voluto sapere se era un maschio o una femmina. Mattia/Alice non ci sarebbe mai stat*.

Che ne era della mia perfezione? Dolore, disperazione, paura di non poter avere figli, senso di colpa per non essermi riguardata, attacchi di quasi bulimia per riempire col cibo un vuoto che avrei voluto pieno. Pianti, tristezza, senso di ingiustizia. “Signora, per tre mesi, si fermi, non ci può ancora riprovare” mi disse il ginecologo (che poi: perché mai un maschio, che non possiede un unico organo del corpo umano, di deve specializzare proprio in quell’organo che non ha??? Le donne androloghe sono pochissime, i ginecologi tantissimi. Bah…?!).

Ok, aspetto. Da maggio però si ricomincia! Voglio diventare mamma, ora più che mai, il dubbio di non essere così perfetta come credevo ormai si è instillato. Voglio la prova di non essere difettosa.

I rapporti sessuali con il mio compagno diventano quindi anche “altro” … sono un movimento carico di speranza, aspettativa, desiderio di rivalsa. Ma noi ci amiamo, quindi riusciamo a far convivere tutto questo “carico” con il piacere fisico e con la struggente dolcezza della visione futura della nostra creatura.

Maggio: niente. Giugno: niente. Dopo solo due mesi di delusione il dubbio cresce, si ingigantisce, diventa pesante come un manto di osmio. All’inizio di luglio faccio un viaggio di lavoro a Geras, in Austria, in un’abbazia di frati. Sui tetti ci sono i nidi delle Cicogne! Io le vedo che volano sinuose e cariche di significativa incubazione … non per me. Mi viene da piangere di colpo, lì in piedi, nel bel mezzo di una chiacchierata con il frate con cui stavamo prendendo accordi per un viaggio/corso di pittura. Cerco di nascondere la mia tristezza, ma padre Thomas se ne accorge e mi prende da parte. Con una dolcezza infinita, pari solo alla sua discrezione, mi fa delicate domande. Io a singhiozzi rispondo: “cicogne, simbologia, bambino perso, due mesi di esito negativo”. Padre Thomas dice che “sente” che questo mese andrà bene ed io, non so perché, gli credo e mi rassereno. Gli prometto che se il suo sentire è giusto chiamerò mio figlio, se maschio, come lui. Torno a Milano, dopo due settimane l’esito: INCINTA! Alla seconda ecografia: “signora lo vuol sapere il sesso?” Sì! “ È un maschio”! Ok, allora per il nome non ci saranno esitazioni. Il 13 aprile 1993 alle 17,30 conosco il mio Tommaso. Il primo a ricevere la notizia è padre Thomas. Immagino le cicogne sui tetti dell’ Abbazia di Geras che fanno una danza speciale per me. Y

Non sarò perfetta, ma Tommaso, con un po’ di ittero fisiologico ed il nasino storto, mi catapulta in quell’Universo parallelo, quello dove la tua vita non è più SOLO la tua vita. La tua esistenza diviene la somma di due vite, fino a quando non si sarà formata un’altra persona completa … ma anche in quel momento la relazione avrà una consistenza unica ed inscindibile. L’Universo dell’essere un genitore. Dalla tue essenza si snoda un’altra sostanza. Per quanti occhi guarderò nel mondo non ci saranno mai occhi così intimi come quelli di Tommaso. Oggi, a 22 anni, il suo possente corpo, racchiuso tra 198 centimetri ed oltre 100 chili, i suoi due splendidi occhi cangianti sono irripetibili e assoluti … ed anche un po’ miei.

Nonostante le mie stridule promesse post parto “non permetterò mai più a me stessa di soffrire così tanto”, “mamma, ma tu come hai potuto avere tre figli??? Io non ne vorrò mai più!!!” esattamente tre anni dopo, il 12 aprile del 1996, alla stessa ora, 17,30 del pomeriggio, con un solo giorno di differenza a causa dell’anno bisestile, nasce Beatrice. Non ci sono dubbi, per Renato e me il 13 luglio è una data decisiva per concepire!

Per il nome della mia seconda creatura (ho saputo già al 4° mese che era una bambina) potevo quindi spaziare a mio piacimento. Unica restrizione era Alice. Lei (o lui, Mattia) era già da qualche parte. Non volevo “caricare” ad una nuova creatura che stava per venire al mondo il peso mortifero di un’altra che al mondo, almeno “questo”, non ci era arrivata. Quindi, scelta del nome=scelta (se di scelta di può parlare) della persona che nascerà, che entrerà anche lei, assieme a Tommaso Renato e me, in quel nostro Universo speciale. Desideravo essere in grado di dare origine ad una persona dispensatrice di bellezza, amore, gioia … lo spermatozoo a cui ho dato accesso nella fenditura del mio ovulo è un portatore sano di allegria, è decisamente la dote migliore di Renato! Quindi Beatrice è il nome/guida giusto per lei!

Torno a casa dal Buzzi col secondo fagottino. Durante la prima notte Tommaso si sveglia ogni ora in trepidazione, guarda la sorellina addormentata o attaccata al mio seno e non fa che ripetere: “Mamma non potevi fare una fratellina più bella di questa! Guarda che bella che è? Sta bene vero? Mamma che bella la mia fratellina!!!” Nessun dorme …

Ricordo la sensazione fortissima che il numero 4 fosse davvero il numero “famiglia”. Ora siamo proprio una famiglia, mi sono detta, questa è la “mia” famiglia. Io sono la mamma, Renato il papà, Tommaso il figlio maggiore, Beatrice la figlia minore. Un equilibrio di sessi. Un amore in continua espansione. Quando hai il primo figlio e lo guardi per i primi giorni della sua esistenza il cuore ti trabocca di amore, esplode, per poi ricomporsi al battito successivo. Ricordo quando ho disfatto la valigia di ritorno dalla clinica: i suoi primi vestitini da lavare, usati nelle prime ore della sua piccola vita. Li ho presi in mano e portati al viso. Ho aspirato profondamente quell’odore intenso, così unico, così “suo”. Odore di un amore vastissimo, mai sperimentato prima, quasi spaventoso. Gli occhi si sono riempiti all’ improvviso di un oceano di lacrime, gocce di felicità, miste a paura, a responsabilità, a tenerezza. Con la seconda figlia tutto si è duplicato. L’amore non è un’unità di misura, un dato limitato da parcellizzare, ma un’entità liquida e gassosa contemporaneamente che si espande. Una sostanza in grado di auto-riprodursi a dismisura in base ai satelliti che di volta in volta entrano a far parte della tua vita/orbita.

L’amore è la gratuità più fruibile, la materia più accessibile, sostanza duplicabile senza formule magiche. Basta una persona per generarne una nuova, copiosa fonte.

Per fare figli serve un atto biologico. Per entrare nell’Universo della genitorialità serve accedere consapevolmente a questa essenza gratuita, bisogna scegliere di volerla. Renato ed io abbiamo avuto accesso naturalmente a questo privilegio, siamo stati fortunati, ma non tutti se lo possono permettere. Coppie omosessuali, coppie sterili, chiunque ha diritto ad entrare nell’Universo dell’Amore duplicabile.

Forse quelli che dicono “per fare un bambino ci vogliono un uomo e una donna” si aspettano il nobel per la medicina? Credono che “noi” non ci saremmo arrivati senza questa spiegazione scientifica?

Per fare figli basta un incontro biologico, per fare i genitori, i genitori adottivi, i tutori, i nonni, gli zii che suppliscono alle mancanze dei genitori, serve una scelta, frutto di consapevolezza, che a sua volta è figlia del desiderio. Da lì comincia la nuova vita nell’Universo dell’Amore duplicabile, senza bisogno dell’alchimista.

Chiara Fusi, 27 febbraio 2016

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